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Prosegue a Palazzo Coelli la mostra dedicata al Novecento
 (del 29/05/2008 in Evidenza)

In mostra le opere delle Fondazioni Cariverona e Domus

di Raffaella Zajotti

ORVIETO - Prosegue a Palazzo Coelli la mostra dedicata al novecento nelle collezioni d'arte delle fondazioni Cariverona e Domus, resterà aperta al pubblico fino al 20 luglio. Come ricorda Sergio Marinelli, curatore della mostra, ogni Collezione ha la sua storia e la sua unicità, che gli deriva anche dai luoghi e dai tempi della sua formazione peculiare. Per la Collezione Cariverona, dopo i primi acquisti di Case sull'Adige di Bezzi nel 1996 e di una monumentale tela di Odoardo Perini nel 2000, fu l'acquisto a Londra della Veduta di Castelvecchio di Bernardo Bellotto a conferire alla collezione un primo indirizzo confermato anche dalla successiva acquisizione delle opere già presenti a Palazzo Pellegrini. Si inizia così a delineare la volontà ferma di tracciare un percorso autonomo e di seguire una linea critica ben precisa, volta alla realizzazione di una proposta culturale forte. La Fondazione Domus per l'arte moderna e contemporanea è la concreta emanazione di questa volontà; la sua autonomia gli permette di investire risorse per rendere sempre più fruibile l'arte moderna e contemporanea, di fare di questo obiettivo uno scopo sociale. La scelta di lavorare ad uno stesso progetto è per la Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto motivo di orgoglio, e sottolinea il comune interesse culturale e la volontà di offrire ai cittadini un vasto repertorio di capolavori italiani del secolo scorso, con le sue rivoluzioni, i suoi dubbi, la sua bellezza contraddittoria, la sua ferita aperta sul presente, tanto vicina e tanto lontana da offrire dell'oggi uno sguardo limpido e critico. Un novecento italiano minato dallo spazio angusto e fervido collocato tra i due conflitti e la rivoluzione gnoseologica legata alla cosiddetta crisi delle certezze, che si affaccia timidamente entro gli spazi di un'apertura graduale, che dialoga con le correnti europee e la storia delle avanguardie e delle postavanguardie, pur conservando la matrice storica e la lezione cromatica, luministica e semantica della cultura italiana. Pensiamo a Emilio Vedova, che anche nei suoi lavori più sfrenati fa percepire una profonda maturazione della lezione luministica dei maestri veneziani, o a Pietro Dorazio, che dedica a Balla la sua opera Din Don, già nel titolo denominata Omaggio a Giacomo Balla, di cui elabora il concetto di linee forza e più in generale della rappresentazione delle energie spaziali immateriali, e che difatti ne interpreta le compenetrazioni iridescenti, dispiegamento della forza della luce nello spazio, musica. Balla e Boccioni sono presenti nella mostra di Palazzo Coelli con quadri fondamentali del periodo prefuturista, come il Ritratto dell'avvocato Carlo Manna, testimone del profondo percorso di ricerca luministica e dinamica di Boccioni, una ricerca che in Ritratto Femminile è già reificazione emotiva e spaziale, tensione, energia, luce elettrica, in una parola: futurismo. Un novecento italiano che dialoga profondamente con le avanguardie europee, basti pensare a Pini sul Garda di Alfredo Savini, che rimanda alla Secessione viennese, o a La pianta rossa di Guido Trentini, che evidenzia la sua profonda radice espressionista e simbolista, e difatti l'artista conobbe da vicino l'opera di Vallotton, Denis, Matisse e Vuillard. Di Matisse eredita la libertà emotiva del rosso, dei simbolisti la linea, la stesura minimale e il gioco decorativo delle fronde, e tutto lo spazio sterminato aperto dalla negazione della rappresentazione convenzionale, così come i colori vividi che raccontano i sogni della misteriosa figura nera, alter ego della pianta, suo spazio mentale, spirituale e mistico. Anche in Augusto Manzini possiamo leggere la traccia simbolista: l'inquadratura assolutamente moderna raccoglie uno spazio individuale, allo stesso tempo impersonale e vuoto, e fa delle inferriate delle finestre dei veri e propri elementi formali. Evidentissimo il rimando di Cagnaccio di San Pietro alle opere di Tamara de Lempicka, e al suo erotismo declinato al femminile, così come nella solidità plastica della figura, più evanescente però, più fredda, distante; le figure di Campigli rimandano a Paul Klee, costruite su una solidità strutturale ed un opacità materica, polverosa. La collezione è molto ricca, e comprende anche opere di Lucio Fontana, Felice Casorati, Alberto Savinio, Osvaldo Licini, Giorgio Morandi, Mario Ceroli, Afro, Tancredi, Mario Schifano, Sandro Chia.

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